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Omelia alla conclusione di "Jubilmusic"
"Dalle parole alla Parola"
Sanremo, Concattedrale, 21 novembre 2009
Siamo giunti al termine dell’undicesima edizione di Jubilmusic e ringrazio di cuore proprio tutti, organizzatori, artisti e partecipanti, che hanno dato vita alla più giovane e dinamica manifestazione canora della Liguria, per non dire d’Italia.
In questa celebrazione liturgica non è il caso di tesserne gli elogi: sarebbe impoverire il successo che parla da sé; sarebbe fare un bilancio che non trova qui il suo luogo ideale. Tuttavia, dire un sincero “grazie” a voi, a don Alessando Ghersi, al dott. Marco Brusati, al vescovo di Palestrina, Mons. Domenico Sigalini, ai collaboratori, ai seminaristi, ma principalmente a Dio per la perfetta riuscita, è un dovere di tutti, specie del Vescovo che, forse ingenuamente per certi spiriti raffinati, crede molto anche nella bontà di questa iniziativa. Ne è persuaso, perché la manifestazione canora porta un nome che evoca il grande Giubileo del 2000 voluto da Giovanni Paolo II; è iniziata sotto l’episcopato di Mons. Giacomo Barabino, vescovo emerito e benemerito di questa Diocesi; è stata, infine, sin dall’inizio condivisa dai Vescovi della Liguria che ne hanno apprezzato l’intento di far passare, soprattutto nei giovani amanti di un certo stile musicale, i valori spirituali della vita che Gesù è venuto a portare nel mondo.
Tra i motivi di gratitudine al Signore non posso sottacere la splendida “notte della luce” e l’incontro con Gesù Eucaristia di un gran numero di giovani, lontani dalla Chiesa, avvicinati nei punti più ambigui della città e invitati a fare un’esperienza religiosa da un gruppo di nostri coraggiosi e generosi ragazzi sparpagliati lungo le strade. Alle prime ore del mattino la chiesa degli Angeli era ancora piena di questa rigogliosa messe del Signore! E’ stata un’esperienza sconvolgente e affascinante per tutti, è stato il commento; un autentico prodigio del Signore che opera nel segreto delle coscienze; una risposta all’invito di Giovanni Paolo II che, nel messaggio per la 18ª Giornata Mondiale della Gioventù affermava: «Ora più che mai è urgente che voi siate le "sentinelle del mattino", le vedette che annunciano le luci dell’alba e la nuova primavera del Vangelo, di cui già si vedono le gemme». Nessuno di noi, neppure Claudio, il nostro seminarista e organizzatore di queste prima esperienza diocesana, si aspettava un tale successo di grazia.
Tra tutti i temi che hanno animato le edizioni precedenti della nostra kermesse, quello di quest’anno, “Musiche e Parola”, è stato particolarmente suggestivo. Il tema ha richiamato la missione della Chiesa di annunciare il Vangelo attraverso i diversi linguaggi: tante “musiche”, quindi, per una sola “Parola”, da scoprire, ovviamente. Ma si è trattato pure di richiamare, con uno stile particolarmente cattivante, artistico e attuale, l’attenzione, specie dei giovani, sulla tendenza spersonalizzante della comunicazione moderna, sempre più incapace di stabilire rapporti interpersonali autentici, profondi e duraturi. Infatti, salvo alcune eccezioni di canzoni Pop che si ispirano a tematiche sociali, nella maggior parte dei testi di più largo consumo prevale una superficialità che denuncia sempre più il vuoto di ideali e la povertà dei linguaggi. Lo stesso si può dire dei momenti d’incontro, specie tra i giovani. Quando prendono il sopravvento le parole, le idee si svuotano e i valori scompaiono. Ad incrementare questa tendenza sono gli stessi mezzi della comunicazione moderna, sempre più rapida e invasiva, tanto da svuotare e banalizzare il senso delle stesse parole. “Musiche e parola”, vuole dunque ricordare che occorre ridare un significato nuovo al vivere sociale, sì fruitore di musica e di parole, ma sempre più incapace a stabilire relazioni vere.Nella povertà di valori e di linguaggi, la strada dell’inganno si fa sempre più larga. Platone stesso, nella sua opera dal titolo Gorgia, attaccava l’arte della retorica con la quale i sofisti tendevano a raggirare il prossimo nascondendogli la verità.
Cari amici, non è riempiendosi la bocca con tante parole che si costruisce una sana società. Non è col dire all’infinito ad una persona “Ti voglio bene”, che realmente la si ami… Non è col gridare ripetutamente “pace e giustizia” che si realizzi il progresso civile e sociale di una Nazione. Non bastano gli slogans per costruire una civiltà. Non sono neppure le banalità di certe canzoni osannate dalle masse o le penose “gabbie dell’umana finzione”, prodotte dai media, fatte squallido spettacolo, a costruire una società sana e dare ai nostri giovani il senso vero e pieno della vita. Avanza sempre più la dittatura dell’effimero, una “scellerata tirannide” che, nel moderno mercato delle vanità, delle incensazioni e delle mistificazioni, è supinamente accettata dalle masse. Mi domando spesso se sia ancora possibile, attraverso la dimensione comunicativo-linguistica di oggi, interagire con gli altri, in modo tale che, insieme, si possa ottenere un comune accesso a quanto di vero, di bello e di grande esista dentro e fuori di noi.
A questo punto è doveroso soffermarsi sulla Parola. Di quale parola potrebbe trattarsi e noi averne bisogno, per avere la risposta alle angosce dell’uomo? Nel Prologo del Vangelo di San Giovanni leggiamo che in principio era il Verbo, il Logos, la Parola. Era presso Dio… Tutto è stato fatto per mezzo di lui… Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (cfr. Gv 1, 1ss.). La parola s’incarna e si fa sentire. L’enunciato evangelico è solenne e maestoso, quanto grandioso, misterioso, ma profondamente reale, è l’evento.
Nell’Antico Testamento, il termine “Parola di Dio” riguardava tanto la rivelazione profetica, quanto l’Alleanza e l’azione creatrice ed efficace di Dio sul mondo intero. Rivelava la Sua forza dinamica ed operante sulla creatura. L’idea che la “Parola” crei, trasmetta vita, agisca e trasformi, è qualcosa di così grande, umanamente inimmaginabile e sconvolgente, da far dire al Salmista, parlando dell’uomo: «L’hai fatto poco meno degli angeli; di gloria e di onore lo hai coronato» (Sal 8, 1 - ss.). In tale affermazione c’è la definizione dell’uomo come senso della sua vita. Tutto si gioca in questo rapporto, anche il gesto più povero, come il più piccolo frammento di tempo che passa. Ogni istante ha un valore perché nulla può sfuggire a questa relazione, dal momento che il tutto dell’uomo riconduce al Signore: Egli è la scaturigine, il senso ultimo della vita, la somma degli infiniti istanti che la compongono.
Sotto il profilo della nostra relazione con Dio, prende corpo il bisogno insopprimibile della “Parola”, di quella vera, immutabile, che possa ricrearci ogni giorno e ristabilire in noi quell’unità, ossia quella sintesi esistenziale che il peccato ha disgregato. Abbiamo bisogno della Parola che ci riporti all’innocenza della nostra esistenza; che ci insegni ad amare e a ricercare la verità; che ci faccia scoprire l’essenziale; che ci dia la consapevolezza e la percezione dell’esserci. Tutto questo è possibile perché Dio c’è e ha un nome, questo: “Io Sono”.
Quando Mosé, nel deserto di fronte al roveto ardente, dopo essere stato incaricato da Dio per una missione sovrumana, Gli domandò quale fosse il suo nome, dal roveto si sentì rispondere: «Io sono colui che sono… Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione» (Es 3, 14-15). “Io Sono” è Colui che si manifesta nella vita di ognuno di noi; è la Parola che continua a generare vita e amore nel mondo. È una percezione presente anche nelle religioni politeiste. Pta, per esempio, la massima divinità egiziana, esercitava la sua azione creatrice con «l’aiuto del cuore e della lingua», come si legge in un’antica iscrizione di Menfi.
Dalla rivelazione veniamo a conoscere che il dinamismo della Parola divina, da tutta l’eternità, è relazione sussistente e, proprio in essa, lo Spirito Santo, che è l’Amore, si espande non solo tra il Padre e il Figlio, ma scende in mezzo a noi, prendendo un corpo e un cuore umano, caricandosi dei nostri peccati e distruggendoli sulla Croce.
Gesù, la Parola del Padre, è il dono più grande che l’Amore divino potesse fare all’uomo perché «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). Anche a noi Gesù potrebbe dire, come alla donna Samaritana: «Se conoscessi il dono di Dio!». Ci spetta una cosa sola: accogliere Cristo che è la Parola, fargli spazio nella nostra vita come Pietro che, sollecitato dal Maestro, rispose: «Da chi andremo… Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,69).
Gesù è Colui che possiede la Vita da tutta l’eternità e la Parola può provenire soltanto da Chi, con piena verità, disse: “Io sono”; «Io sono l’Alfa e l’Omega (ossia, l’inizio e la fine), Colui che è, che era e che viene» (Ap 5,8). Per questo Gesù Cristo è Re, ovviamente non di questo mondo (cfr. Gv 18,37). Il Crocifisso non è che la sintesi e la sublimazione della regalità d’amore che continua ad essere presente nell’umanità di oggi, smarrita e in cerca di senso. Egli parla indistintamente a tutti, credenti o non, perché “Egli è”, è il Vivente, il sempre presente, il segno dell’atto perennemente creativo di Dio che, come Padre provvido e amoroso, aspetta a braccia aperte tutti i suoi figli lontani e dispersi per ridare loro la vita sgorgata dal suo cuore trafitto.
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